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TERZA - CINEMA


Voglia di tenerezza

I cancelli del cielo


Castellanza - La voglia di tenerezza del Cineforum di Castellanza lunedì 16 ottobre prende una bel respiro prima di continuare la sua marcia con il film I cancelli del Cielo di Michael Cimino. Alle 21,00 sarà proiettata la pellicola originale in versione integrale del 1985 che ha potuto giovare dell’interpretazione di Kris Kristofferson, già noto come cantante e chitarrista country, Christopher Walken, John Hurt.

"Si tratta din'opera folgorante e imprendibile, una storia di disillusione e dolore in cui si agitano i fantasmi di un'umanità che sperimenta soltanto l'odio e la sopraffazione."

Wyoming 1890, guerra della Contea di Johnson. Mentre un'associazione di allevatori ingaggia un esercito privato per scacciare, di fatto massacrandoli, gli immigrati europei visti come ostacolo al passaggio del bestiame, si consuma l'amore per Ella, splendida tenutaria di un bordello, da parte di due uomini attivi sui fronti opposti, il borghese in cerca di una nuova vita James Averill e il cowboy Nathan D. Champion.
È il canto del cigno della New Hollywood quest'opera folgorante e imprendibile che Michael Cimino scrive, produce e dirige dopo la consacrazione quasi unanime di Il cacciatore. Film di frontiera più vicino alla grandeur di uno Stroheim che di qualsiasi altro collega della generazione a cui appartiene il regista, I cancelli del cielo è tanto il kolossal d'autore per eccellenza quanto il titolo che ha messo fine al desiderio del controllo totale restando, tuttavia, uno degli esempi più alti di quel cinema assoluto che è dato assumere per pochi, rari squarci e in sempre più sparuti casi. In breve, si tratta del luogo ideale in cui perdersi, da visitare e visitare ancora, nella consapevolezza di non poterlo conoscere fino in fondo, della connessione disequilibrata e genialmente imperfetta tra la grande tradizione americana e l'angosciosa cognizione contemporanea. È ancora un film di immigrati I cancelli del cielo come lo era Il cacciatore, una riflessione sul fallimento del sogno, reale e metaforico, non solo americano, una storia di disillusione e dolore in cui si agitano i fantasmi di un'umanità che sperimenta soltanto l'odio e la sopraffazione, dove anche l'amore non ha modo di librarsi al di sopra della violenza, del fango e del sangue. Il terzo lungometraggio di Cimino ha segnato un'epoca non solo per il clamoroso flop che portò sulla bancarotta la United Artists, anche se spesse volte si finisce col parlare soltanto di questo, ma soprattutto per il coraggio di una sontuosità mai più sperimentata sul grande schermo fino all'entrata a regime del cinema dei computer. A dispetto della sua matericità, nelle immagini strepitose di Vilmos Zsigmond si sentono le vibrazioni reali della polvere, dell'umidità, del sole, della neve sulle montagne, è un'opera che lascia a tutt'oggi - nonostante la versione di 216 minuti approvata dallo stesso Cimino - uno strano senso di insoddisfazione ad ogni visione, quasi di incompiutezza, come se l'unica veste possibile in cui goderlo possa essere soltanto quella ancora da venire (il rough cut era di 325 minuti, portati poi a 149 per la disastrosa uscita nelle sale).
Maestosamente geniale e rovinosamente anti-commerciale nella sua fluvialità, I cancelli del cielo è la pietra tombale sull'utopia della New Hollywood, un contenitore di qualsiasi cosa, di qualsiasi genere anche, partendo ovviamente da quello su cui è fondata la stessa nascita della nazione americana. Le sequenze di ballo, anch'esse dicotomiche, si pensi alla composta girandola delle coppie nel giardino di Harvard nel 1870 fino a quelle degli immigrati all'interno dell'Heaven's Gate vent'anni dopo, suggeriscono un approccio di visione. L'unico da seguire, forse. Quello di una danza di morte, fastosa e terribile, che segna, proprio con la guerra della Contea di Johnson messa in scena, la fine del mito della frontiera e il passaggio dal west al western. Strano paradosso: di fatto inferiore a Il cacciatore, I cancelli del cielo è il capolavoro del regista.

(Marco Caiani – www.mymovies.it)

 

Provoca una certa vertigine emotiva l'apparizione quasi metafisica, all'inizio di Heaven's Gate di Micheal Cimino, del logo bianco in campo nero della United Artists. Un epitaffio. Una pietra tombale. Il canto del cigno di una delle più gloriose case di produzione dell'industria cinematografica americana, figlia dell'unione di intenti di gente come Douglas Fairbanks, Charlie Chaplin e Mary Pickford. Fallita (o fatta fallire) a causa dei numeri esagerati e spropositati legati a questo film.

Film "totale" e non-delimitabile già a partire dal titolo. Larger than life, larger than cinema. 220 ore originarie di girato in chilometri di pellicola, 44 milioni di dollari spesi, 1.5 milioni di dollari incassati, decine e decine di recensioni e commenti disastrosi in tutto il mondo ("il peggior film mai realizzato" secondo qualche dissennato osservatore), centinaia di comparse, gigantesche scenografie maniacalmente smontate e rimontate, almeno 5 versioni del film circolate dal 1980 ad oggi. Una tragedia, un disastro economico di proporzioni immani che spalancò i portoni dell'inferno anche al grande Cimino, da allora ostracizzato da tutte le grandi major hollywoodiane e costretto alla quasi completa inattività.

La fine dell'epoca dei grossi budget al servizio della libertà espressiva più ardita, fiduciosamente riversati da produttori magnificamente scriteriati nelle mani di registi-autori visionari come Coppola, Spielberg, Cimino. Una conclusione. Nel segno della meraviglia e dello stupore. Forse la più grande dichiarazione di fiducia, del tutto smisurata, ingenuamente folle e follemente ingenua (quindi fallimentare), nei confronti delle potenzialità espressive del mezzo cinematografico mai approdata sul grande schermo.

(Stefano Lorusso - www.storiadeifilm.it)

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Pubblicato il 11/10/17 - 129 visualizzazioni